AGLIANICO
E’ il vitigno a bacca nera più diffuso in Campania. Coltivato sin dall’antichità e conosciuto come l’antico Vitis Hellanica, è il più apprezzato vino dell’antichità. Nel Sannio viene tuttora coltivato con saggia tecnica il biotipo Aglianico Amaro, così chiamato probabilmente per le sue doti vinarie giovanili di astringenza e asprezza che mutano nel tempo sino a farlo divenire un vino dal carattere austero, “autoritario”(Luigi Veronelli,1974). E’ un vino in cui lo scorrere del tempo è essenziale per la massima espressione organolettica. In vinificazione si adatta a periodi più o meno lunghi di permanenza in legno per ammorbidire i propri tannini e si adatta molto bene all’invecchiamento in bottiglia anche per dieci anni e più.
 

PIEDIROSSO
Dopo l’Aglianico, è il vitigno a bacca rossa più diffuso a livello regionale. Il suo nome, a ricordo di una sua peculiarità morfologica del grappolo, deriva dal “per’ e palammo”, il colore dei pedicelli degli acini che ricorda la tinta della zampa dei colombi. Avendo una componente polifenolica minore e tannini più gentili dell’austero Aglianico, viene utilizzato in alcuni uvaggi per complemento di corpo. Diffusa è la sua vinificazione in purezza con brevi affinamenti in legno.Nel Sannio è presente come Sannio Piedirosso DOC.

FIANO
La presenza del Fiano nel comprensorio campano sembra molto antica, come dimostrato dal fiorire di molteplici ipotesi circa l’etimologia del suo nome. Secondo alcuni autori il termine Fiano deriverebbe dalle antiche uve “apianae”, citate dagli antichi Plinio e Columella. Il Fiano, per le sue basse rese per ettaro, che ne rendono un’uva dall’elevata concentrazione aromatica e di elevata mineralità , rientra come vitigno principale nella composizione ampelografica del Sannio Fiano DOC.

 FALANGHINA
La Falanghina, un vitigno sempre citato al femminile, più di altri vitigni sembra essere nato con la viticoltura Sannita e campana, se si ritiene fondata l’etimologia del termine “falanga”, palo utilizzato per appoggiare ceppi di vite, che rappresenta proprio la linea di demarcazione tra viticoltura greca e latina. Svariati sono i suoi utilizzi: bianco secco d’annata per la sua spiccata freschezza aromatica, spumante di breve o lunga fermentazione per la sua notevole componente acida che gli dona serbevolezza e mineralità, vino passito grazie alla conformazione morfologica dei grappoli che si prestano senza problemi all’appassimento grazie alla conformazione spargola e l’esocarpo ( la buccia dell’acino) consistente ed elastica. La sua distinta personalità al naso e al palato, in ogni sua versione, impreziosisce ancor di più la millenaria e ormai rinomata ampelografia Sannita.

CODA DI VOLPE
Questo vitigno dal nome suadente, coltivato nel Sannio da antica data e riscoperto alcuni decenni fa, viene citato da Plinio col nome di Alopecia, che identifica appunto il Coda di Volpe per la caratteristica curvatura della parte apicale del grappolo che ricorda la coda della volpe. Nonostante il suo modesto corpo e la sua delicata aromaticità, il Coda di Volpe è apprezzato per la sua personalità fine ed elegante, viva e definita nei primi due anni dalla vinificazione, apprezzata più di tutti gli altri “fratelli bianchi” nella cucina di costa.

GRECO
Il Greco è un antichissimo vitigno che era noto fin dai tempi dei Romani come Aminea Gemina, categoria di uve a bacca bianca da cui si ottenevano i migliori bianchi dell’antichità, tanto che il Sommo Virgilio si spinse ad affermare che “nessun altro poteva competere”.
Se ne produce un vino nel Sannio (Sannio DOC Greco) di elevata struttura ed aromaticità, merito anche delle modestissime produzioni in vigna. Nonostante ciò, è tra i pochi bianchi campani capaci di sostenere dopo l’imbottigliamento lunghi invecchiamenti senza smorzare la sua struttura aromatica, assumendo quel caratteristico colore giallo paglierino intenso.